La Grotta del Castiglione

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La Grotta del Castiglione 

La più grande cavità terrestre dell’isola di Capri nota come Grotta del Castiglione, frequentata  probabilmente già in età neolitica e sicuramente nel periodo romano come ninfeo rupestre, ha avuto una funzione fondamentale nel Medio Evo e in Età Moderna. Essa rappresentava l’estremo rifugio della popolazione, quando le incursioni di pirati saraceni prima e barbareschi poi imperversavano con tragica frequenza sul territorio caprese e sui centri della vicina costa. 

La grotta costituiva, insieme al castello soprastante, un sistema unico di difesa strategico, all’interno del quale era l’ultimo riparo dopo che tutti i tentativi di respingere il nemico si erano dimostrati inefficaci. 

Mentre gli uomini destinati alla difesa cercavano di contrastare e respingere gli assalti predatori sugli spalti delle mura della cinta urbica e negli angusti vicoli del paese, le donne, i bambini e gli anziani si riunivano nella Grotta dove con ansia e trepidazione aspettavano che il saccheggio terminasse. Alcune testimonianze raccontano che, per renderla più sicura ed accogliente, la grotta fu attrezzata con cisterne, forni, lavatoi e un ponte levatoio che, per impedirne l’accesso, veniva alzato dopo che tutta la gente si era messa al sicuro. 

La Grotta, situata nella roccia sottostante il castello medievale, era raggiungibile percorrendo un ripido sentiero rupestre difficile da scoprire per chi non conoscesse il territorio. 

Un’antica e suggestiva leggenda è legata a questo grande antro e ai tragici momenti vissuti dai capresi in quei secoli tormentati. Nella prima cappella della navata sinistra della chiesa di S. Stefano di Capri è esposta una pala in legno con l’immagine  della Madonna della Libera tra S. Antonio e S. Michele (Sec. XVI). Il dipinto originariamente si trovava nella cappella del castello di Capri (Castiglione), intitolata proprio alla Madonna della Libera, ed era oggetto di grande devozione popolare. Secondo questa leggenda durante un’incursione di pirati musulmani la gente, come di consueto, trovò riparo nella Grotta mentre gli assalitori, ormai padroni dell’isola, raggiunsero il castello e dopo averlo occupato e saccheggiato presero il quadro della Madonna e, in segno di sfregio, lo lanciarono nel dirupo sottostante la fortezza. I Capresi rifugiati nella Grotta assisterono terrorizzati alla scena e si rammaricarono perché avevano pensato a salvare le loro vite dimenticando di portare al sicuro l’immagine della Vergine. Terminata la predazione la gente ritornò nel castello e, con grande sorpresa, trovò il quadro al suo posto nella cappella da dove era stato prelevato e buttato via. Grande fu lo stupore e tutti gridarono al miracolo attribuendo il prodigio agli angeli che avevano raccolto il dipinto e lo avevano riportato nella sua sede originaria. 

Agli inizi dell’Ottocento la cappella della Libera del Castiglione fu trasformata in polveriera e il quadro fu trasportato nella chiesa di San Costanzo a Marina Grande dove si trasferì anche il culto. Più tardi però l’immagine fu di nuova spostata e portata nella cappella dove attualmente si trova. 

Fu dunque dopo questi avvenimenti che il culto della Madonna della Libera si radicò nel borgo marinaro, dove ancora oggi viene praticato con particolare venerazione. A questo proposito vale la pena ricordare che i marinai ed i pescatori isolani hanno avuto ed hanno ancora una profonda devozione per le tre Madonne venerate sull’Isola i cui santuari si trovavano sulle colline più alte: Madonna di Cetrella sulla montagna di Anacapri, Madonna della Libera sulla collina del Castiglione e Madonna del Soccorso sulla collina di Tiberio.  


Grotta del Castiglione (da “Capri antica”)  

La grotta, che si apre sulla ripida parete meridionale dell’omonimo colle, è una tipica grotta di disfacimento, al cui sviluppo hanno contribuito la demolizione delle rocce, la degradazione esterna, la vegetazione e l’intensa insolazione. Nella zona inferiore, cominciando da ovest, vi è una cisterna, rifatta dal Cerio su una di epoca romana di pianta trapezoidale e rivestita di cocciopesto. Presso la parete est della cisterna, vi è un muro in reticolato della lunghezza di m 4 e, ad est di questo, una scala, formata da tre rampe di sei gradini, conduce alla parte superiore della grotta. Una serie di muri in reticolato o in opera cementizia, a vari livelli, regolarizzavano e rivestivano la parete di roccia naturale. A livello superiore, resti di un piano di calpestio formato da uno strato di pietrisco ricoperto di malta. Un cunicolo roccioso, ad est, la cui entrata è parzialmente ostruita da una grossa pietra, potrebbe essere identificato come luogo di sepoltura di età neolitica. La grotta ha avuto, nel corso dei secoli, diverse fasi di frequentazione, che hanno alterato le precedenti. Rellini accenna al rinvenimento, durante un breve scasso, di una non meglio specificata «ceramica preclassica», auspicando ricerche più approfondite nell’area: d’altra parte, la grotta, posta quasi di fronte a quella delle Felci e in ottima posizione di controllo sul mare e sulla costa, offriva un comodo e spazioso riparo; né va dimenticato che, lungo le pendici occidentali della collina del Castiglione, furono rinvenuti alcuni strumenti in pietra di età neolitica. Durante l’età romana, la grotta fu utilizzata come ninfeo della soprastante villa, con accesso, successivamente distrutto, sul lato occidentale: a tale sistemazione vanno  riferiti i numerosi resti di strutture, anche se qualche studioso ha ipotizzato, invece, che vi potesse essere un tempio. In età medioevale, la grotta fu utilizzata come rifugio dagli abitanti dell’Isola durante le incursioni dei pirati: in questo periodo furono costruite delle opere di difesa e di avvistamento e, probabilmente, vennero parzialmente distrutte le precedenti costruzioni. Questi interventi successivi, nonché il deposito di detriti rocciosi, forse causato da qualche frana o smottamento, nascosero completamente le strutture romane, tanto che quando neI 1790 l’ingegnere Santo, che lavorava per Hadrawa allo scavo della villa del Castiglione, si calò avventurosamente all’interno della grotta, attratto dalla notizia della presenza di «una tavola d’un prezioso marmo di grandezza immensa», non vi trovò che stalattiti. Divenuta la grotta di proprietà di Giorgio Cerio, questi fece abbattere le strutture medioevali, ristrutturò la cisterna romana, costruì una piccola casetta vicino alla parete rocciosa e la scala di 390 gradini che collega la grotta a via Krupp ed eseguì un piccolo scavo durante il quale, oltre alle strutture, trovò un’anfora romana e dei «vasetti traforati», interpretati da Maiuri come vasi per la coltivazione dei fiori, che adornavano la grotta-ninfeo.  

Estratto da: Capri antica – dalla Preistoria alla fine dell’età romana, a cura di Eduardo Federico e Elena Miranda, Edizioni La Conchiglia, Capri, 1998 p. 201.